Pubblicità e social network: successo o insuccesso?

Secondo le ultime stime ben il 57% dei navigatori di internet “passa” per i social network con una frequenza quotidiana e un durata di almeno 30 minuti di sessione.

Dal punto di vista sociale, un vero e proprio fenomeno; dal punto di vista economico una grande opportunità per le aziende di mettersi in contatto con potenziali clienti: con una semplice iscrizione è possibile accedere ai profili degli iscritti e conoscerne gusti ed abitudini.
I social network hanno da subito fiutato l’affare mettendo a disposizione delle aziende strumenti di promozione, che prevedono l’inserimento in modo mirato di annunci, calibrati sulla base dei profili degli iscritti. Facebook Ads, ad esempio, consente agli advertiser di inserire messaggi pubblicitari sulla base delle informazioni che emergono dai profili degli iscritti. Si tratta in pratica di un sistema “self-service” in cui chi desidera promuoversi non deve far altro che inserire il link al proprio sito, un testo ed eventualmente un’immagine (è possibile fare sia pubblicità tabellare che annunci testuali). Infine occorre scegliere il target sulla base dei criteri che si compilano nel profilo: età, sesso, luogo di residenza, preferenze. A mano a mano che si scelgono i criteri è possibile verificare quante persone vedranno l’annuncio.
E’ possibile inoltre per le aziende crearsi un profilo (Facebook Pages) con il quale possono interagire con la rete esattamente come utenti “normali” ma promuovendo nel frattempo il loro brand, pubblicando ad esempio foto e notizie.

Anche Linkedin (30 milioni di iscritti a gennaio 2009 tra Europa, Asia e USA) ha il suo sistema di adv online, DirectAds, che funziona sulla base degli stessi criteri di Facebook Ads. Così ad esempio, se nel vostro profilo scrivete che amate i viaggi, ecco che “per magia” appena effettuate l’accesso vi compare l’annuncio di un’agenzia di viaggi che offre vacanze da sogno a prezzi scontati. Comunicate ai vostri amici virtuali che vi state per sposare? Vi appariranno sulla vostra homepage i banner di negozi di elettrodomestici e agenzie immobiliari.

Ma quanto gli iscritti ai social network si fanno davvero colpire da questi messaggi, quasi subliminali? I dubbi sono molti: innanzitutto il carattere invasivo, che potrebbe non solo far calare l’interesse ma addirittura provocare ostilità, dalla intrusione business in un ambito prettamente privato, al fatto che la presenza di “aziende profilo” possono dare una sensazione di falso e, quindi, di inganno; in secondo luogo la scarsa capacità di questi metodi di garantire un ritorno sugli investimenti. Infine qualche problematicità è legata all’incertezza del target: infatti i messaggi “mirati” ad utenti con caratteristiche particolari potrebbero rivelarsi assolutamente inefficaci nel momento in cui le informazioni dei profili fossero incomplete (ad esempio solo nome e cognome) oppure falsate.

In alternativa, la strada dell’ ”adv search” sembra dunque mantenere il primato in termini di efficacia.

Ad esempio, con AdWords di Google, le aziende creano il proprio annuncio scegliendo alcune parole chiave che rimandano al loro esercizio commerciale in modo che quando un utente esegue una ricerca con una di quelle parole l’annuncio stesso viene pubblicato in corrispondenza dei risultati; in questo modo la pubblicità viene indirizzata ad un pubblico già interessato ad un determinato prodotto o servizio. Si possono pubblicare annunci di diversi formati e indirizzarli a lingue e ubicazioni geografiche precise e, con l’opzione del “costo per clic”, vengono addebitati esclusivamente i clic degli utenti all’annuncio e non la sua pubblicazione; vengono inoltre fornite stime sul traffico e sui costi delle parole chiave in modo che sia possibile sceglierle nell’ottica di ottimizzare il budget.

Questo tipo di soluzione sembra allora da preferire ai social adv, perché nel caso dei motori di ricerca l’utente è già predisposto ad ottenere informazioni, a differenza di quanto avviene per i social network: la comparsa di annunci è collegata a quanto lui stesso sta cercando e non viene quindi vissuto come un’intrusione, è l’utente a cercarci, non il contrario; inoltre è sicuramente un mezzo più mirato perché coinvolge chi è realmente interessato a quel concetto dal momento che lo sta cercando e, in più, le differenti opzioni economiche e i report e feedback dell’andamento dell’operazione rendono l’adv search più interessante anche a livello di investimento. Sicuramente il limite di questo strumento è l’impossibilità di raggiungere target potenziali di coloro che, pur interessanti come possibili destinatari, non sono attivi in una qualche ricerca internet di quel prodotto o quel concetto.

(liberamente tratto da diverse fonti, tra cui le principali sono: eccellere.com e google.com)

2017-12-20T17:00:54+00:00ottobre, 2009|Comunicazione e marketing|