Pmi e credit crunch

Non è solo un’impressione di quelle piccole e medie imprese che stanno vivendo direttamente la situazione protratta di crisi: da una parte c’è un rapporto dell’Ocse a confermare che la stretta del credito pesa di più sulle Pmi; dall’altra, una ricerca Istat riporta che la percentuale di imprese razionate nella classe dimensionale inferiore (1-49 addetti) è più elevata, rispetto alla media del comparto, di 13 punti percentuali (11 punti nei servizi).

Quindi mentre le grandi aziende accedono comunque al credito, a soffrire sono i piccoli. Gli esperti sostengono che “le Pmi hanno dovuto far fronte a condizioni di credito più difficili delle grandi aziende nella forma di tassi di interesse più elevati, scadenze accorciate e di una maggiore richiesta di garanzie”. Tra il 2007 e 2010 solo il 18-19% del totale dei prestiti è stato erogato a favore di Pmi (in Svezia il 90%, in Corea l’81%, in Ungheria il 60%). E anche se si riscontra una diminuzione dei tassi di interesse, è salito lo spread in comparazione alle grandi aziende.

Le prospettive di business incerto ha fatto sì che le banche considerassero i piccoli come creditori a rischio maggiore.

Da dati Confcommercio si scopre che solo il 36% di imprese possono sperare di farcela senza ricorrere ad un fido, percentuale che sta calando mese dopo mese. Dal 2008 ad oggi, a fronte di una richiesta di finanziamento bancario il 15,5% delle Pmi si sono viste rifiutare il prestito; il 37% hanno ottenuto una concessione minore di quella richiesta; e per molte imprese i lunghi tempi di attesa di una risposta determinano la differenza tra sopravvivere e non farcela.

Nord-Ovest e Mezzogiorno sono le aree che stanno soffrendo maggiormente il credit crunch.
In attesa di un allentamento delle tensioni sul credito, la crescita dei fallimenti passati da 6.165 nel 2007 a quasi 11.300 nel 2010.

2017-12-11T10:38:36+00:00aprile, 2012|Ricerche di mercato|