Crowdsourcing o intelligenza collettiva al servizio dell’industria

Si tratta di un modello di business adottato ormai da molte società emergenti e grandi aziende di tutto il mondo. Fenomeno recente, il termine Crowdsourcing è stato ideato da Jeff Howe su Wired nel giugno del 2006: è un neologismo che collega il termine crowd – folla, gente comune – e outsourcing, per designare situazioni in cui un’azienda esternalizza lo sviluppo di un progetto a chiunque in rete voglia contribuire, in cambio di un compenso.

Internet svolge un ruolo fondamentale, ponendo in relazione un’enorme vastità di persone e abbattendo ogni barriera spazio-temporale.

Mediante una metodologia in crowdsourcing, un’azienda può fare hiring per l’implementazione di un progetto permettendo:
• flessibilità sulla percentuale di in-sourcing e out-sourcing, potendo decidere di volta in volta quante risorse interne dedicare e quanto esternalizzare, pur mantenendo governance e management del progetto in casa. La grande sfida del crowdsourcing è quella di suddividere il lavoro in piccolo unità di diversa competenza da proporre alla rete e poi riassemblarle nel risultato finale.
• acquisizione di know-how: la diversità di background intellettuale dei partecipanti rinverdisce la conoscenza
• best people team: i seller sono liberi professionisti e propongono essi stessi la propria professionalità; per ogni progetto si possono trovare competenze molto specifiche, non interessanti però poi per altre attività.
• velocità: tante persone che lavorano autonomamente, senza colli di bottiglia e burocrazie aziendali.
• i costi diminuiscono rispetto all’attività in azienda o in outsourcing, legati al tempo e alle risorse limitate al solo progetto e senza costi fissi.

Esaminando gli esempi esistenti, si possono distinguere tre tipologie di crowdsourcing:
1. P2P: dal pubblico per il pubblico. Ne sono esempi le realtà come Wikipedia, YouTube, i blog, Yahoo Answers… dove la gente offre il proprio contributo per il bene o la conoscenza comune.
Anche le applicazioni informatiche open source rientrano in questa categoria, per un pubblico ristretto, con l’idea di aiutarsi reciprocamente.
2. A2C: dalle aziende ai consumatori. I consumatori come collaboratori co-impegnati nella crescita del brand e nel miglioramento dei prodotti. Attraverso il croudsourcing le imprese “ingaggiano” i consumatori affinché esprimano le proprie opinioni, suggerimenti e critiche al fine di modificare i prodotti, il packaging o le campagne pubblicitarie.

Rientrano in questa categoria anche le richieste di testare nuove applicazioni –versioni beta- da parte di software house, prima di metterle in commercio (es. utest.com ).

Similarmente esistono, soprattutto negli Stati Uniti, siti organizzati come Bzzagent (www.bzzagent.com) che usa la comunità globale per fare product test e marketing word of mouth attraverso la richiesta di testare nuovi prodotti messi a disposizione dalle aziende in cambio di opinioni e passaparola.
3. A2P: dalle aziende al pubblico. Una o più aziende espongono in internet un particolare problema e valutano le soluzioni ricevute. Ne sono esempi i portali di croudsourcing nel campo grafico e pubblicitario, come BootB o Zooppa, dove le aziende committenti registrano un brief e creativi freelance propongono la propria idea. Quella ritenuta migliore andrà a comporre la campagna pubblicitaria e riceverà una retribuzione. L’abbattimento dei costri di infrastruttura e la possibilità di rivolgersi ad un pubblico così ampio sono i fattori vincenti di questo nuovo approccio, un’estensione illimitata del concetto di “gara” tra società di comunicazione.
Un altro esempio interessante è Innocentive, fondata nel 2001 nel Massachussets per il mercato farmaceutico dal produttore Eli Lilly, si prefigge di mettere in relazione i ricercatori con le aziende. Oggi il servizio si è ampliato anche ad altri settori (tecnico, meccanico, industriale), conta 180.000 membri, tra cui molti scienziati. Si tratta di un croudsourcing nel campo della R&S Ricerca e Sviluppo: le organizzazioni, a fronte di un’iscrizione annua di circa 100.000 dollari, espongono sul sito un particolare problema, i ricercatori propongono il proprio contributo risolutivo e ogni soluzione di successo riceve un premio in denaro. Tra gli iscritti ci sono società come Boeing, Dupont e Procter&Gamble.
Secondo Ali Hussein di Innocentive, il contributo di successo alla ricerca e sviluppo in questo modo viene ampliato notevolmente: se normalmente la percentuale di successo delle soluzioni proposte è del 12/18%, attraverso Innocentive sale oltre il 35%.

La sostanziale differenza tra queste tipologie è che solo in quest’ultima chi contribuisce viene pagato per il lavoro eseguito. Negli altri casi lo si fa – sovente nel tempo libero – per piacere o per gratificazione partecipativa e, ovviamente, per notorietà e riconoscimento. È probabile che in futuro vi sarà una trasformazione anche nella modalità A2C e il cliente non esprimerà più solo critiche o consigli, ma idee progettuali remunerate. L’ intelligenza collettiva al servizio dell’industria.

Crowdsourcing vs Outsourcing. Sebbene il crowdsourcing e l’outsourcing possano sembrare per certi versi simili, l’uno semplicemente l’evoluzione tecnologica dll’altro, esistono in realtà essenziali differenze:
• normalmente al crowdsourcing contribuiscono professionisti che non sono legati minimamente all’azienda committente, mentre per l’outsourcing il team è formato dagli impiegati della società incaricata, fornitore o partner.
• Si delegano all’esterno attività no-core o progetti delimitati nel tempo o nello spazio (e se ci si accorge che il progetto diventa fondamentale per il business, l’azienda allora lo inserisce tra le attività interne). Le attività sviluppate con il crowdsoucing, invece, sono solitamente legate al core business aziendale o allo sviluppo di nuove idee, suggerimenti e critiche, non solo attività secondarie e progetti a tempo.
• Progetti molto complessi non possono essere adattati al modello del crowdsourcing, mentre possono benissimo essere affidati a fornitori in outsourcing.
• Al momento, le normative al riguardo non danno garanzie sul fornitore del lavoro in crowdsourcing, se comparato alle leggi che vigilano i rapporti di fornitura nel modello in outsourcing.

Forse il crowdsourcing è destinato a soppiantare l’outsourcing? Sicuramente no: il crowdsourcing è adatto solo per certi tipi di progetti, quelli in cui il valore aggiunto della condivisione possa essere effettivo. Altri lavori che richiedono conoscenza reciproca tra l’azienda e il fornitore o competenza sul territorio o che necessitano di una infrastruttura, non possono essere realizzati attraverso il crowdsourcing.

2018-01-11T17:35:49+00:00febbraio, 2011|Comunicazione e marketing|